STAGIONE 2019-2020 TEATRO MERCADANTE

Alla presenza del Presidente, VALTER FERRARA, del Direttore Artistico, LUCA DE FUSCO e dell’Assessore alla Cultura ed al Turismo del Comune di Napoli,GAETANO DANIELE  é stata presentata la stagione teatrale 2019 / 2020 in una conferenza stampa con un Teatro gremito.

Si iniz<ia il :

23 ottobre – 10 novembre

LA TEMPESTA

di William Shakespeare
traduzione Gianni Garrera
adattamento e regia Luca De Fusco

con Eros Pagni, Gaia Aprea, Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta,  Gennaro Di Biase,

Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini, Alfonso Postiglione, Carlo Sciaccaluga, Francesco Scolaro,

Paolo Serra, Enzo Turrin

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Gigi Saccomandi
musiche originali Ran Bagno
installazioni video Alessandro Papa
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

La stagione del Teatro Mercadante 2019 si apre con l’ultimo capolavoro forse il più personale dei drammi di William Shakespeare, La tempesta per la regia di Luca De Fusco.

Prospero, spodestato dal ducato di Milano, dopo aver vissuto dodici anni in un’isola deserta con la figlia Miranda, con il selvaggio Caliban e lo spirito Ariel, usa i suoi poteri magici per scatenare una tempesta, far espiare al re di Napoli e al fratello Antonio le loro colpe e riacquistare il ducato perduto, non prima di aver propiziato il matrimonio della figlia con Ferdinando, figlio del re di Napoli. La tempesta è una favola pervasa da una visione rassegnata e insieme serena della vita. Lo spettacolo di La tempesta è un addio, annota De Fusco nelle sue note. L’addio di Shakespeare al teatro, l’addio ad un tipo di teatro che spezza la bacchetta magica e rinuncia alle sue magie, ormai superate dal tempo. Noi ne faremo un atto di addio al Novecento che deve subire l’arrivo del nuovo millennio. Eros Pagni sarà quindi un mago chiuso nel suo luogo di studio e riflessione che si trasfigura con giochi di allucinazioni creando un isola che non c’è.

Tutto è nella testa del mago, compresi Ariel e Calibano, che divengono in questa lettura una sorta di Jekyll e Hyde.

Il resto appare all’intellettuale novecentesco come pura barbarie millennial che non comprende, che riesce ancora se non a sconfiggere almeno a contenere, ma alla quale sa che dovrà alla fine arrendersi.

Un ragionamento sull’oggi, sul disgusto del nostro tempo che sempre più si diffonde in molti di noi e che credo renderà facile e struggente l’identificazione degli spettatori con Prospero.

 

 

 

12 – 17 novembre

L’ONORE PERDUTO DI KATHARINA BLUM 

dal romanzo di Heinrich Böll

adattamento Letizia Russo

regia Franco Però

con Elena Radonicich, Peppino Mazzotta

e la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Filippo Borghi, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Maria Grazia Plos

scene Domenico Franchi

costumi Andrea Viotti

luci Pasquale Mari

produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Catania

 

L’irreprensibile e prüde segretaria Katharina Blum incontra ad un ballo di carnevale Ludwig Götten, un piccolo criminale, sospetto terrorista. Trascorre la notte con lui e l’indomani, non del tutto consapevole della situazione, ne facilita la fuga. Katharina viene brutalmente interrogata dalla polizia con la quale collabora solo in parte. Nel frattempo la stampa scandalistica, attraverso lo spietato giornalista Werner Tötges, violando ripetutamente la privacy di Katharina e manipolando le informazioni raccolte, ne fa prima una

complice del bandito e poi una vera e propria estremista. A questo punto la vita di Katharina viene sconvolta: riceve minacce e offese, i suoi conoscenti vengono emarginati, il suo onore viene definitivamente compromesso. La polizia e lo Stato non la tutelano attivamente. Dapprima disperata, poi lucida nel suo isolamento, Katharina Blum si vendica uccidendo il giornalista Tötges, e si costituisce alla polizia. Il tema è drammatico, ma la struttura costruita da Böll è lieve, piena di simpatia per il personaggio, ed ironica. Lo scrittore, con straordinaria abilità, per tutto il racconto, non fa che parodiare il linguaggio della stampa scandalistica, con i suoi luoghi comuni, le moralizzazioni spicciole, le espressioni alla moda, la sua piattezza intrinseca. La forma del romanzo è quella del giallo: ma dove si parte dall’atto già avvenuto, andando avanti e a ritroso, permettendoci così di vedere quell’incubo mediatico che avvolge la protagonista, con le sue menzogne che ne distruggono le relazioni sociali ed intime, portandola al gesto estremo. Nonostante siano trascorsi più di quarant’anni dall’uscita del romanzo, si rimane colpiti dall’attualità di alcune problematiche emerse nel secondo dopoguerra e sviscerate da Böll nei primi anni ’70: tra queste vi sono senza dubbio quelle riguardanti l’uso dei mezzi di comunicazione di massa e le forme di violenza intrinseche al linguaggio mediatico. Heinrich Böll (1959): “… chi si serve pubblicamente delle parole mette in movimento mondi interi e nel piccolo spazio compreso tra due righe si può ammassare talmente tanta dinamite da far saltare in

aria questi mondi…” Oggi diciamo facebook, twitter etc etc, ma Böll ci aveva messo in guardia in modo esemplare molto tempo fa. Portare in scena un romanzo implica di poter contare su interpreti che incarnino appieno i diversi personaggi concepiti sulla pagina dall’autore, ed è stata per noi una fortuna avere a disposizione un gruppo di attori – la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – che ho immaginato immediatamente nelle diverse figure del libro. A loro si uniscono – finalmente sul palcoscenico,

dopo le loro felici esperienze cinematografiche e nelle fiction televisive più seguite – Peppino Mazzotta, un artista giusto e completo, ed Elena Radonicich che ho trovato perfetta per dare vita a Katharina Blum.

 

 

 

 

 

 

 

27 novembre – 8 dicembre

LA PANNE

di Friedrich Dürrenmatt

adattamento e regia Alessandro Maggi

con Nando Paone, Vittorio Ciorcalo, Stefano Jotti, Alberto Fasoli, Giacinto Palmarini

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Gigi Saccomandi
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

Composto nel 1956 da Friedrich Dürrenmatt, geniale autore svizzero del secolo scorso, e adattato per un radiodramma nel 1961, La Panne affronta un tema capitale, e molto frequentato da Dürrenmatt: la verità.

Un agente di commercio, Alfredo Traps, ha l’auto in panne, e trova rifugio per la notte nella villa di un ricco giudice in pensione. Ogni sera, il giudice ospita altri amici pensionati, con i quali condivide un singolare passatempo: organizzare processi fittizi, a personaggi storici o a malcapitati di passaggio nella sua villa. Per andare a processo, non è necessario aver commesso un crimine – o perlomeno averne coscienza: nel gioco raffinatissimo dei vecchi pensionati, l’accertamento della colpevolezza può prescindere dall’accertamento dei fatti. È quello che succede al povero Traps, che nel corso di una cena luculliana si trova improvvisamente accusato di un omicidio che non sapeva di avere commesso. O meglio ancora: che era certo di non avere commesso. La bravura del pubblico ministero, però, si insinua nel racconto di Traps, lo deforma e lo forza quasi impercettibilmente, finché il povero agente di commercio si ritrova a confessare un delitto che non ha commesso.

In un clima spensierato, quasi comico, Dürrenmatt ci mette di fronte a una domanda tragica, a un interrogativo abissale: esiste una verità dei fatti, oggettiva e immutabile, e in quanto tale accertabile sempre, da chiunque? O, piuttosto, la verità è un artefatto, la ri-costruzione che ognuno di noi fa, per sé e per gli altri, di quel processo casuale e per sua natura sempre caotico che è la vita?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 – 15 dicembre

IL MAESTRO E MARGHERITA

di Michail Bulgakov

riscrittura Letizia Russo

regia Andrea Baracco

con Michele Riondino, Francesco Bonomo, Federica Rosellini
e con Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

luci Simone De Angelis

musiche originali Giacomo Vezzani
produzione Teatro Stabile dell’Umbria

 

Il Maestro e Margherita si apre con l’arrivo di Satana (Woland) e della sua bizzarra cricca (il valletto Korov’ev, il gatto Behemot e la strega Hella) nella Mosca degli anni Trenta. La vicenda ha inizio quando Woland, intromettendosi nella conversazione tra il poeta Ivan e l’intellettuale Berlioz, presagisce la vicina morte dello stesso Berlioz; morte che, poco dopo, accadrà proprio sotto gli occhi di Ivan. Il poeta, sconvolto dall’accaduto e in preda ad una crisi di follia, viene portato in una clinica psichiatrica. Lì incontra il Maestro, uno scrittore condotto alla disperazione dal rifiuto dei critici letterari nei confronti del suo romanzo su Ponzio Pilato e sugli avvenimenti accaduti a Gerusalemme durante il processo di Jeshua e nei giorni successivi alla sua morte. Nel frattempo, Woland e la sua cricca prendono possesso dell’appartamento del defunto Berlioz e portano scompiglio tra i dipendenti del Teatro di Varietà, dove metteranno in scena uno sconvolgente spettacolo di magia nera. Durante lo spettacolo Margherita, l’amante segreta del Maestro, da lui poi abbandonata, ha il suo primo incontro con Woland. Il giorno dopo viene poi invitata ad andare a casa sua, in quanto prescelta per essere la regina del sabba, il gran ballo demoniaco da lui organizzato. Margherita accetta e Woland, in cambio, le dà la possibilità di ricongiungersi con il Maestro. Intanto Jeshua invia il suo discepolo Levi Matteo da Woland, per chiedergli di dare al Maestro e Margherita la pace, non potendo essi meritare la luce. Woland raggiunge i due amanti e offre loro, invece, la possibilità di andare agli inferi. Margherita accetta e, dopo aver ucciso il Maestro, si uccide lei stessa. Insieme, i due amanti si dirigono verso gli inferi, dove Woland e la sua cricca hanno già fatto ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 – 26 gennaio

I GIGANTI DELLA MONTAGNA

di Luigi Pirandello

regia Gabriele Lavia

con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massaro, Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marìka Pugliatti, Beatrice Ceccherini, Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Rita Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia

scene Alessandro Camera

costumi Andrea Viotti

musiche Antonio Di Pofi

luci Michelangelo Vitullo

maschere Elena Bianchini

coreografie Adriana Borriello

produzione Fondazione Teatro della Toscana, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo

 

I Giganti della montagna è l’ultimo dei miti, testamento artistico, di Luigi Pirandello. Quest’opera, scrive Lavia, costituisce il punto più alto e la sintesi di tutta la poetica pirandelliana. I Giganti è un testo incompiuto. Magnificamente incompiuto. E non sapremo mai se questa “incompiutezza” sia dovuta all’impossibilità di finire l’opera o a una precisa intenzione dell’autore. Sappiamo che Pirandello morì la notte prima di scrivere l’ultimo atto, di cui aveva raccontato la “scaletta” al figlio, che fedelmente ne riportò, a memoria, il contenuto. Ma nessuno può essere certo che Pirandello avrebbe poi scritto il terzo atto come lo raccontò al figlio. Nel testo si riannodano tutti i temi e i motivi speculativi, drammaturgici, estetici, che sono connaturati al mondo dell’autore. Il clima che si offre allo spettatore è quello di una straordinaria, espressiva, ineffabile bellezza. I Giganti, mito dell’arte, è senza alcun dubbio il capolavoro di Pirandello. Capolavoro, forse, perché mai concluso. E, per questo, diventa un’opera aperta con un registro inventivo mai così fantastico. È come se il teatro del grande agrigentino fosse miracolosamente investito da un soffio di fantasia poetica che raggiunge l’altezza e la trasparenza dello sguardo di un “bambino”. Pirandello conclude così, con l’incanto di queste ultime pagine, il suo destino di fondatore del teatro moderno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28 gennaio – 2 febbraio

APOLOGIA

di Alexi Kaye Campbell

traduzione Monica Capuani

regia Andrea Chiodi

con Elisabetta Pozzi
e con Giovanni Franzoni, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Francesca Porrini, Martina Sammarco

scene Matteo Patrucco

luci Cesare Agoni

costumi Ilaria Ariemme

musiche Daniele d’Angelo
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano

 

 Una commedia profonda e divertente, firmata da Alexi Kaye Campbell, tra gli autori più originali e importanti della scena anglosassone. Andrea Chiodi, già apprezzato regista di Una bestia sulla luna, torna a dirigere l’immenso talento di Elisabetta Pozzi, qui affiancata da un cast di straordinari attori come Giovanni Franzoni, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Francesca Porrini e Martina Sammarco.

Inghilterra, oggi. Kristin Miller è una colta sessantenne, esperta di storia dell’arte, in gioventù militante della sinistra radicale e da sempre politicamente impegnata.

È madre di due figli: Peter, un banchiere, e Simon, un romanziere fallito. Ha con loro un rapporto difficile: la sua schiettezza quasi brutale e la sua tendenza alla critica mordace sembrano pregiudicare irrimediabilmente la serenità familiare.

Nell’occasione del suo compleanno è prevista nella sua casa di campagna una cena che la riunirà dopo molto tempo con i figli, affiancati dalle rispettive compagne: Claire, attrice inglese di soap opera, e Trudi, la nuova fidanzata americana di Peter, che Kristin ancora non conosce. Completa la compagnia Hugh, disincantato e ironico omosessuale, coetaneo e amico e di vecchia data della padrona di casa.

Tra incomprensioni, antiche ruggini e dialoghi taglienti pieni di humour britannico si dipana la turbolenta storia di una famiglia, fatta di scomode verità domestiche, di grandi speranze e altrettanto cocenti disillusioni, fino a una sorprendente, emozionante conclusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 – 9 febbraio

SCENE DA FAUST

di Johann Wolfgang Goethe

versione italiana Fabrizio Sinisi

regia e drammaturgia Federico Tiezzi

con (in ordine di apparizione) Sandro Lombardi, Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Nicasio Catanese,

Ivan Graziano, Marco Foschi, Lorenzo Terenzi, Fonte Fantasia, Francesca Gabucci, Camilla Semino Favro, Valentina Elia, Luca Tanganelli

scene e costumi Gregorio Zurla

luci Gianni Pollini

regista assistente Giovanni Scandella

coreografo Thierry Thieû Niang

canto Francesca Della Monica

produzione Teatro Metastasio di Prato, Compagnia Lombardi-Tiezzi

in collaborazione con Fondazione Sistema Toscana/Manifatture Digitali Cinema Prato e Teatro Laboratorio della Toscana/Associazione Teatrale Pistoiese

 

Dopo l’incontro con il mito classico di Antigone, Federico Tiezzi affronta, attraverso l’opera di Goethe, un altro grande mito: quello di Faust. Il racconto di un sapiente studioso di teologia, filosofia e scienze naturali che, per ottenere conoscenze ancora più vaste, potere e giovinezza, vende la propria anima a Mefistofele mediante un contratto firmato col sangue.

Goethe lavorò al Faust per sei decenni, dal 1772 al 1831, costruendo un’opera monumentale intorno alla figura del medico e mago cinquecentesco. Attraverso Goethe questo personaggio che aspira alla totalità della conoscenza e all’eterna giovinezza è divenuto parte dell’immaginario collettivo della cultura occidentale, oltre che simbolo della crisi della coscienza e dell’anima dell’uomo contemporaneo.

Nella prima parte del Faust, quella che viene presa in esame da questo spettacolo, è centrale la figura di Mefistofele: che si pone come il doppio speculare di Faust, la sua metà, il suo alter ego e, freudianamente, la proiezione del suo inconscio.

Nella nostra epoca l’immagine di un patto con il Demonio forse non fa più troppa paura, forse… Ma i bisogni che spingono Faust a vendere l’anima ancora ci turbano: la brama di conoscenza, l’aspirazione a un’eterna giovinezza, la ricerca della saggezza, delle risposte alle domande su che cosa siano la natura, la storia e la vita dell’uomo.

Il Faust goethiano è teatro, puro teatro: luogo in cui si incontrano la potenza dell’epos e l’intimità della lirica, la speculazione filosofica e l’afflato della Storia nel suo incontro con la Natura: temi che si riversano sulla scena nella complessità di un dramma cosmico che gira su due perni, il bene e il male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 – 16 febbraio

JEZABEL

versione teatrale di Francesco Niccolini

dall’omonimo romanzo di Irène Némirovsky

regia Paolo Valerio

con Elena Ghiaurov e altri attori da definire

scene Antonio Panzuto

costumi Luigi Perego

luci Luigi Saccomandi

movimenti di scena Monica Codena
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile Verona

 

Il regista Paolo Valerio mette in scena uno dei romanzi più noti e pungenti della scrittrice Irène Némirovsky, Jezabel. Una donna sudamericana, bella, attraente, dotata di una misteriosa capacità di non invecchiare. Adorata da ogni uomo, corteggiatissima, Jezabel non può non sedurre. Elegante, ricchissima, mai volgare, naturalmente generosa. Da quando diciottenne appare per la prima volta a una festa danzante, fino all’epilogo (quando di anni ne ha sessanta), non smette mai di ballare. Eppure devastata da una catastrofe interiore: è ossessionata dall’invecchiare. Questo incubo la divora e trasforma ogni attimo di felicità in rimpianto e la gioia dell’attimo in terrore verso il futuro, paura di non essere più amata né corteggiata. Jezabel, giunta in Europa giovanissima a fine Ottocento, sempre al centro dei salotti più ricchi e nobili delle capitali d’occidente, vive avvelenata da quello stesso desiderio che la circonda, dalle ipocrisie, dai finti amori e dallo sfrenato bisogno di provare piacere: un piacere che tutti, in queste lunghe notti dall’edonismo sfrenato, cercano disperatamente. A fare da spartiacque, la tragedia della prima guerra mondiale, che si porta via tutti i ventenni e l’innocenza, lascia solo macerie: lampadari che crollano, pareti scrostate, solai sventrati e ferite che non si rimarginano. Per raccontare questa tragedia abbiamo immaginato, racconta Niccolini, un sacrario irreale, fatto di passato e presente, vivi e morti, avida voglia di vita e inferno, dove le ossessioni (e i sussurri e le grida) non ti lasciano in pace mai: sala da ballo di un tempo perduto e al tempo stesso aula da tribunale dove Jezabel è obbligata a fare i conti con la Giustizia, ma soprattutto con la sua coscienza, per troppo tempo anestetizzata. Forse è il giorno del giudizio, dove anche i morti hanno diritto a testimoniare, o forse più banalmente un qualunque processo, dove giudici e giuria devono raggiungere un verdetto, ma partendo da un pre-giudizio di colpevolezza. Ma quale sia la vera colpa, alla fine del Tempo, non è detto che si arrivi a capirlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19 febbraio – 1 marzo

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

di Jane Austen

adattamento teatrale Antonio Piccolo

regia Arturo Cirillo

con Arturo Cirillo, Valentina Picello, Riccardo Buffonini, Alessandra De Santis, Rosario Giglio, Sara Putignano, Giacomo Vigentini, Giulia Trippetta
scene Dario Gessati

costumi Gianluca Falaschi

luci Camilla Piccioni

musiche Francesco De Melis

prima versione teatrale italiana
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale, Marche Teatro

 

Perché portare a teatro “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen? Si interroga Arturo Cirillo.
Perché penso che sia una scrittrice con un dono folgorante per i dialoghi.
Perché sono affascinato dall’ottocento, e dal rapporto fra i grandi romanzi di quell’epoca e la scena. Infatti provai un raro piacere, svariati anni fa, ad affrontare uno strano testo di Annibale Ruccello (strano perché al confine tra il musical e la commedia, tra la parodia e la ri-scrittura) ispirato a “Washington Square” di Henry James. Perché l’ironia di questa scrittrice, il suo sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi l’amo molto. Perché il mondo della Austen dove apparentemente non accade mai nulla di eclatante, abitato per la maggior parte da creature che stanno abbandonando la fanciullezza per diventare ragazze da marito o giovani scapoli da sposare, mi affascina; con tutto il pudore, i turbamenti, le insicurezze, e anche l’orgoglio e i pregiudizi che la giovinezza porta con sé.
Perché questo mondo sociale dove ci si conosce danzando, ci si innamora conversando, ci si confida con la propria sorella perché i genitori sono, ognuno a suo modo, prigionieri del proprio narcisismo, non mi sembra così lontano da noi. Soprattutto pensando a queste giovani eroine spinte a sposarsi anche per avere finalmente un sostegno economico, sottraendosi allo stesso tempo all’indecorosa condizione di zitelle, e allontanandosi dalle proprie famiglie d’origine. Anche se poi la povera e zitella Jane Austen (che mai riuscì invece ad abbandonare la propria famiglia) si divertì a sottrarsi a tutto questo mettendolo in scena nei suoi romanzi, che sono una spietata critica e allo stesso tempo un’amorosa dichiarazione d’appartenenza alla propria epoca. Per fare questo si cala nei suoi personaggi/alter ego amandoli e prendendoli un po’ in giro, magari standosene nascosta dietro una tenda ad osservarli, ridacchiando tra sé. Da dietro quella tenda, come nel buio di una quinta, celata agli sguardi altrui ma attenta a non farsi sfuggire nulla di ciò che accade, Jane Austen reinventa la realtà attraverso la sua rappresentazione, ma mai smettendo di essere vera. Come avviene in teatro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25 marzo – 5 aprile

LA CHUNGA

di Mario Vargas Llosa

regia Pappi Corsicato

con Cristina Donadio e altri attori da definire

produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

La pièce si svolge nella locanda della Chunga, nel porto di Napoli. I protagonisti sono quattro marinai di passaggio a Napoli, una tappa ricorrente della loro nave da crociera su cui sono imbarcati.  La storia è la rievocazione della sera in cui Josefino mise come pegno la sua giovane e bella Mèche per poter continuare a giocare a dadi con i suoi tre amici nonostante avesse perso tutto. La Chunga, padrona della locanda, gli fece credito ma, in cambio, volle Mèche per tutta la notte. Josefino accettò.

Che cosa successe veramente in quella camera da letto al piano di sopra?

Ognuno dei quattro giocatori, ancora una volta nella locanda della Chunga a distanza di anni, dà una versione diversa dei fatti. Mèche dopo quella notte è sparita e non può confermare né smentire cosa sia veramente successo. Resta soltanto, sulla scena, la materializzazione dei racconti dei quattro marinai. Come nel famoso film di Kurosawa, Rashmon, tutti i personaggi daranno una propria versione dei fatti ma involontariamente sveleranno i propri desideri e debolezze,  inconsapevolmente ci faranno scoprire il loro animo più segreto e forse mai la verità di cosa veramente successe quella notte tra Mèche e la Chunga.

“Nella locanda della Chunga” dice Vargas Liosa “la verità e la menzogna, il passato e il presente coesistono come nell’animo umano”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22 aprile – 3 maggio

TARTUFO

di Molière

regia Jean Bellorini

cast in via di definizione

produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale, Centre Dramatique National De Saint-Denis, Paris

 

Commedia di Moliére rappresentata per la prima volta nel 1664. Satira dell’ipocrisia imperniata sulle vicende di un falso devoto, Tartufo, che, visto in chiesa intento ad atti di devozione da Orgone, viene da questo ospitato in casa come direttore spirituale. Qui Tartufo non esita a usare sottili inganni fino a turbare l’ordine e la serenità della famiglia, spingendosi persino a insidiare la seconda moglie, giovane e bella, del suo benefattore. Smascherato, finisce in prigione per avere anche tentato di rovinare politicamente Orgone con false accuse. La commedia per la profonda critica di costume, la vivissima pittura dei caratteri e i duri attacchi al bigottismo venne combattuta dai clericali ed esaltata dai libertini. La messa in scena è di Jean Bellorini, giovane drammaturgo e regista francese. Premiato con il Molière nel 2014 per The Good Person of Szechwan di Bertolt Brecht, Jean Bellorini è direttore del Théâtre Gérard Philippe a Saint-Denis, dove difende la sua idea di fare del teatro un’utilità pubblica “essenziale come l’acqua corrente e l’elettricità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 – 17 maggio

IL COSTRUTTORE SOLNESS

da Henrik Ibsen

uno spettacolo di Alessandro Serra

con Umberto Orsini
e Lucia Lavia, Renata Palminiello, Pietro Micci, Chiara Degani, Salvo Drago
e con Flavio Bonacci

produzione Compagnia Orsini, Teatro Stabile dell’Umbria

 

Il grande attore Umberto Orsini darà vita a Solness, un grande costruttore che edifica la propria fortuna sulle ceneri della casa di famiglia della moglie derubandola di ogni possibile felicità futura. Solness è terrorizzato dai giovani che picchiano alla porta e chiedono ai vecchi di farsi da parte. Ma la giovane Hilde non si preoccupa di bussare, decide di fare irruzione con una energia sottile e implacabile. È tornata per rivendicare il suo regno di Principessa. Quel castello in aria che il grande costruttore le promise dieci anni prima.  Solness si nutre della vita delle donne che lo circondano ma quest’ultima gli sarà fatale e lo accompagnerà, amandolo, fino al bordo del precipizio.

Se Solness è un costruttore, Ibsen è un perfetto architetto in grado di edificare una casa dall’aspetto perfettamente borghese e ordinario, nelle cui intercapedini si celano principesse dimenticate, demoni e assistenti magici al servizio del padrone. Il giorno del giudizio sotteso in tutta l’opera di Ibsen trova esplicita dichiarazione finale nel momento in cui, al culmine di tre atti in costante tensione, si arriverà alla sentenza finale. Una condanna inesorabile che sarà lo stesso Solness ad emettere contro sé stesso, senza pietà.

Solness soffre di vertigini, è già salito su una torre superando in un delirio di onnipotenza la paura del vuoto fino ad arrivare a dare del tu a Dio, minacciandolo di non costruire mai più chiese per lui. Ma dopo dieci anni il senso di colpa nei confronti della moglie e la paura di dover cedere il posto ai giovani lo indeboliranno e quando Hilde lo condurrà nuovamente in cima a una sua opera, si accorgerà che ciò che ha realizzato come uomo e come artista è troppo fragile per sostenere il peso della perduta felicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TEATRO SAN FERDINANDO

 

 

17 ottobre – 10 novembre

LA GRANDE MAGIA

di Eduardo De Filippo

regia Lluis Pasqual

con Nando Paone, Claudio Di Palma, Alessandra Borgia, Gino De Luca, Angela De Matteo,

Gennaro Di Colandrea, Luca Iervolino, Ivana Maione, Dolores Melodia, Francesco Procopio,

Antonella Romano, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano

scene e costumi Alejandro Andujar

luci Pasqual Merat

aiuto regia Rosario Sparno
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

La stagione del Teatro San Ferdinando si apre con un grande omaggio a Eduardo La grande magia e a metterlo in scena c’è il regista spagnolo Lluís Pasqual, artista poliedrico e da sempre affascinato dal tema dell’illusione teatrale.

Durante uno spettacolo di magia, il Professor Otto Marvuglia esegue un numero con il quale fa “sparire” la moglie di Calogero Di Spelta, allo scopo di consentire alla donna di fuggire con il suo amante e facendo credere al povero marito che potrà ritrovarla solamente se aprirà, con totale fiducia nella sua fedeltà, la scatola in cui sostiene sia rinchiusa. Ma quando la donna, pentita del suo gesto ritorna sui suoi passi, il marito si rifiuta di riconoscerla, preferendo alla realtà della situazione l’illusione di una moglie fedele, custodita in quella magica e inseparabile scatola.

Eduardo De Filippo, a proposito di questa sua commedia in tre atti, scritta nel 1948 e rappresentata per la prima volta il 12 dicembre 1949 dalla compagnia ‘Il teatro di Eduardo con Titina De Filippo’ a Napoli, al Teatro Mercadante, dichiarò: «Ho voluto dire, che la vita è un giuoco, e questo giuoco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede. Ed ho voluto dire che ogni destino è legato al filo di altri destini in un giuoco eterno: un gran giuoco del quale non ci è dato di scorgere se non particolari irrilevanti».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28 novembre – 8 dicembre recupero spettacolo stagione 18 – 19

FESTA AL CELESTE E NUBILE SANTUARIO

testo e regia Enzo Moscato

con Cristina Donadio, Vincenza Modica, Anita Mosca, Giuseppe Affinito

produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Casa del Contemporaneo

 

I luoghi di Scannasurice e di Trianon, lavori precedenti di Enzo Moscato, sono spazi contigui a quelli in cui si svolge Festa al celeste e nubile Santuario. Anche qui sono di scena un vicolo e un basso dove tre ‘insolite’ nubili sorelle vengono quasi fotografate in un’esistenza banalmente quotidiana, ripetitiva, solo riscattata dall’esaltato culto per la Vergine Immacolata e dalla rigidissima condotta etico-sessuale che ne consegue. I loro rapporti personali sono ferreamente gerarchici e improntati a un sistema di diritti-doveri-poteri appartenenti al più tradizionale schema angrafico-familiare: il comando assoluto è nelle mani di Elisabetta, la maggiore, l’inflessibile custode della virtù, propria e delle sorelle, come della giusta obbedienza ai dogmi e ai ministri della Chiesa; subito dopo viene Annina, la visionaria, colei che afferma di vedere e parlare con lo Spirito Santo, di ricevere ineffabili messaggi dalla Madonna, l’apocalittica e inascoltata voce che annuncia l’Evento, il sacro Evento che sta per realizzarsi sotto i loro occhi, tra le miserabili mura del loro basso, in mezzo a prosaici detersivi, caramelle, forcine per capelli; in ultimo c’è Maria, la muta, la totalmente priva di potere, ma anche l’enigmatico oggetto del miracolo, della imperscrutabile scelta divina.
In questa atmosfera così scarnificata e piamente devota accade che le fantasie, le reiterate filippiche di Annina incomincino a concretizzarsi, a incidere sensibilmente sul quotidiano, a trasformarlo, poco per volta in presenza dell’eccezionale, in una inusitata esperienza che non può non travolgere i consueti canoni esistenziali delle tre sorelle. Così simbolicamente Elisabetta perde gli occhi, indispensabile mezzo del suo controllo, quasi una punizione divina inflitta alla sua ortodossa sicumera; così Maria, passiva ancella, si trasfigura, attraverso incredibili fenomenologie (mestruazioni di colore celeste, gravidanza inspiegabile) nella epifania della Virgo Incontaminata, l’eccelso modello a cui si conformano in varia misura i tre personaggi.

L’epilogo è imprevedibile e sarà la stessa Maria, inspiegabilmente tornata in possesso della voce, a disvelare segreti e condotte che non hanno nulla di miracoloso e che individuano in Annina la tessitrice di un disegno, di un intrigo, che Maria spezza con le proprie mani e perpetua al tempo stesso, riproducendone la follia.

 

 Premio Ubu 2018 alla carriera assegnato all’autore, attore e regista ENZO MOSCATO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20 dicembre – 5 gennaio

MISERIA E NOBILTÀ

di Eduardo Scarpetta

adattamento a cura di Lello Arena e Luciano Melchionna

regia Luciano Melchionna

con Lello Arena, Maria Bolignano, Giorgia Trasselli

e con Raffaele Ausiello, Veronica D’Elia, Marika De Chiara, Andrea de Goyzueta, Alfonso Dolgetta,

Sara Esposito, Carla Ferraro, Serena Pisa, Fabio Rossi, Fabrizio Vona
ideazione scenica Luciano Melchionna
scene Roberto Crea

costumi Milla

musiche Stag

produzione Teatro Eliseo, Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro 

 

Miseria e nobiltà. Miseria o nobiltà?  Una cosa è certa, scrive il regista Luciano Melchionne nelle sue note, l’una non esisterebbe senza l’altra, così come il palazzo signorile, affrescato e assolato, non starebbe in piedi senza le sue fondamenta buie, umide e scrostate. Un perfetto ecosistema: senza un solo elemento, crolla l’intera ‘architettura’. In uno scantinato/discarica, mai finito e mai decorato, dove si nascondono istinti e rifiuti, tra le ceneri della miseria proliferano e lottano per la sopravvivenza ‘ratti’ che presto, travestiti da ‘cani o gatti’, sgomiteranno per salire alla luce del sole. Sono personaggi che trascinano i propri corpi come fantasmi

affamati di cibo e di vita. ‘Ombre si dice siano, queste maschere, ombre potenti’ in bilico tra la miseria del presente e la nobiltà della tradizione, intesa come monito di qualità e giusto equilibrio. In un pianeta dove i ricchi sono sempre più ricchi, grazie ai poveri che sono sempre più poveri, non ci resta che… ridere. E qui Lello Arena giunge perfetto erede di quella maschera tra le maschere che appartenne a Eduardo e ai suoi epigoni. Ancora oggi, tra commedia dell’arte e tragicomica attualità, i personaggi di Scarpetta, privi di approfondimento psicologico, vivono e scatenano il buonumore e le mille possibili riflessioni che l’affresco satirico di un’intera umanità può suggerire.

Un’opera comica, dunque, per anime compatibili con la risata, in attesa del miracolo. ‘E cos’è il teatro se non il luogo dove il miracolo può manifestarsi?’ Tutto vive di nuovo e chissà che il sogno presto diventi realtà. Intanto, signore e signori, godiamoci le gesta goffe ed esilaranti di chi inciampa tra ‘miseria e… miseria’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 – 19 gennaio

SATYRICON

di Francesco Piccolo ispirato a Petronio

regia Andrea De Rosa

con Francesca Cutolo, Michelangelo Dalisi, Flavio Francucci, Antonino Iuorio, Lorenzo Parrotto,  Anna Redi, Andrea Volpetti e altri attori da definire
scene e costumi Simone Mannino
luci Pasquale Mari

sound design G.U.P. Alcaro
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale, Teatro di Roma, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

 

Nel 66 d.C moriva Petronio Arbitro, maestro di buon gusto alla corte di Nerone, travolto dalla repressione di una congiura alla quale sembra non avesse partecipato. Tradizionalmente si attribuisce a lui il romanzo noto come Satyricon, pervenutoci in forma frammentaria e noto al grande pubblico soprattutto per la geniale (e libera) rilettura di Fellini. Un mix di sorprendenti brandelli narrativi, tra sesso, strani riti, naufragi, risse, speculazioni d’arte, truffe ben congegnate e licantropi, tra i quali spicca qualche porzione più ampia come la celeberrima, scintillante Cena di Trimalchione.
Andrea De Rosa lo trasforma in teatro affidandosi alla penna sagace di Francesco Piccolo che così descrive il suo approccio alla riscrittura: “La decadenza di Roma, l’opulenza disperata, la corruzione, il mecenatismo un po’ burino. Le feste, le cene. Tutto questo è stato già raccontato da Petronio ed è però ancora tutto da raccontare. Provare a riscrivere e rendere contemporaneo il Satyricon, usando i tic linguistici della mondanità decadente di oggi, è sia elettrizzante sia in qualche modo naturale. Insomma, bisogna provarci”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 – 16 febbraio

EDIPO A COLONO

di Ruggero Cappuccio liberamente ispirato all’opera di Sofocle
regia Rimas Tuminas

con Claudio Di Palma, Marina Sorrenti, Fulvio Cauteruccio, Franca Abategiovanni, Giulio Cancelli, Davide Paciolla, Rossella Pugliese

coro Nicolò Battista, Martina Carpino, Cinzia Cordella, Simona Fredella, Gianluca Merolli, Enzo Mirone, Francesca Morgante,  Erika Pagan, Alessandra Roca, Piera Russo, Lorenzo Scalzo

scene e costumi Adomas Jacovskis
disegno luci Eugenius Sabaliauskas
musiche Faustas Latenas
aiuto regia Gabriele Tuminaite
direzione del coro Tadas Shumskas
coreografie Anzelica Cholina
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

 

L’Edipo a Colono, tragedia scritta da Sofocle e rappresentata postuma nel 401 a.C., riprende e prosegue la vicenda raccontata dallo stesso Sofocle nell’Edipo re, la storia collettiva della famiglia di Edipo, che aveva conosciuto grandi glorie e ancor più grandi sventure. Nella riscrittura di Ruggero Cappuccio approdiamo in un luogo della memoria sospeso nel tempo, in cui i segni incancellabili della classicità si specchiano con il clima novecentesco della psicanalisi, delle guerre, delle lotte tra popoli per il raggiungimento del potere.

«L’Edipo a Colono di Sofocle – spiega l’autore – è forse il più alto paradigma del dolore. In esso risplendono le radici delle energie misteriose che il genere umano è stato chiamato a sfidare nell’arco di migliaia di anni. La trasmissione transgenerazionale del male brilla in una forma poetica in cui filosofia, ritualità e libero arbitrio si danno un appuntamento fatale. La lingua che riaccende le luci dell’istinto e della ragione dei personaggi, è un italiano eroso al suo interno dal vitalismo ellenico della Sicilia e di Napoli. Gli endecasillabi e i settenari che compongono la partitura di questo Edipo, liberano una polifonia ancestrale di suoni tesi ad illuminare il dramma del re cieco attraverso una potenza sensuale oltre che cerebrale. Il processo di conoscenza del sé racconta come tra sofferenza e bellezza esista una relazione strettissima e dice che l’arte non è fatta per guarire le ferite. Il percorso di purificazione di Edipo svela che la natura dei rapporti che l’uomo intrattiene con il proprio io, non sono di ieri o di oggi, ma di sempre». La messa in scena è del regista lituano Rimas Tuminas che per la prima volta nella sua carriera dirigerà un cast di attori italiani con un testo italiano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27 febbraio – 8 marzo

LA CUPA

versi, canti, drammaturgia e regia Mimmo Borrelli

con Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Mimmo Borrelli, Gaetano Colella, Veronica D’Elia, Renato De Simone, Gennaro Di Colandrea, Paolo Fabozzo, Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Roberta Misticone
scene Luigi Ferrigno

costumi Enzo Pirozzi

disegno luci Cesare Accetta

musiche, ambientazioni sonore composte ed eseguite dal vivo da Antonio Della Ragione
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

Pluripremiato e consacrato da un clamoroso successo di pubblico e di critica nel 2018, torna lì dove è nato al Teatro San Ferdinando, l’epopea in versi di Mimmo Borrelli, La cupa.
“Uno spettacolo che racconta una deriva” spiega Borrelli e che dopo  la cosiddetta Trinità dell’Acqua (’Nzularchia – 2003; ’A Sciaveca – 2006; La Madre: ’i figlie so’ piezze ’i sfaccimma – 2010, tutti spettacoli prodotti dallo Stabile napoletano) apre la Trinità della Terra, “pianeta che viene risucchiato nel vuoto delle coscienze e della memoria del nostro tempo”.
La parola che da il titolo all’opera – cupa – va intesa nella doppia accezione, di sentiero stretto che s’apre nelle cave, e di buio metaforico, perché affondata nelle tenebre è la rappresentazione della violenta faida che vede contrapposte due famiglie di scavatori: quella di Giosafatte ‘Nzamamorte, malato terminale di tumore, e del terribile Tommaso Scippasalute. La cava contesa nasconde attività illecite di smaltimento di rifiuti tossici e cadaveri di bambini per il mercato degli organi, ma nasconde soprattutto il passato dei personaggi che la abitano. Ognuno ha il suo orrore inconfessabile, un inferno di colpe e delitti – tra omicidi, pedofilia, infanticidi, stupri – rimossi nel ventre dell’inconscio ma destinati a un eterno ritorno, proprio come la paternità negata di Giosafatte.

 

Premio Le Maschere del teatro italiano 2018: Migliore autore di novità italiana (Mimmo Borrelli), Migliore autore di musiche (Antonio Della Ragione) e Migliore scenografia (Luigi Ferrigno)
Premio Lo Straniero 2018
Premio Ubu 2018
Migliore regia e Miglior testo italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19 – 29 marzo

WEEK END

di Annibale Ruccello

regia Enrico Maria Lamanna

con Maria Pia Calzone e altri attori da definire

scene Massimiliano Nocente

costumi Teresa Acone

luci Stefano Pirandello

cast in via di definizione

produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

Enrico Maria Lamanna mette in scena al Teatro San Ferdinando uno dei testi chiave del drammaturgo prematuramente scomparso di Castellamare di Stabia Annibale Ruccello Week end. Tutta la vicenda sembra uscita da alcune pagine della scrittrice Patricia Highsmith, ma Annibale Ruccello amava anche il cinema thriller e horror, infatti in questa piece troviamo anche il thriller e l’horror degli anni 80, basti pensare ad Halloween di John Carpenter e Vestito per uccidere di Brian De Palma. La protagonista Ida è un insegnante zoppa del sud trapiantata in una provincia di Roma che arriverà a parlare un dialetto oscuro dell’entroterra del sud, un dialetto magico come una cabala, come un esorcismo che terminerà in un profondo delirio misto al pianto. Un pomeriggio d’estate, un venerdì del 1984, Ida fa salire a casa sua un idraulico e… da qui tra canzoni di Mina, sapori francesi da nouvelle vague, sospiri, pensieri non detti, sudori, caldo e favole antiche, come in un thriller si consuma la storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 – 5 aprile

SUBBOTA, VOSKRESENEYE, PONEDELNIK

Sabato, domenica e lunedì

di Eduardo De Filippo

traduzione Alya Coviel

regia Luca De Fusco

con Evgeny Knyazev, Irina Kupchenko, Asya Knyazeva, Leonid Bichevin / Fedor Vorontsov, Oleg Makarov, Ruben Simonov, Anna Dubrovskaya, Evgeny Pilyugin, Sergey Pinegin, Eldar Tramov, Lada Churovskaya, Mikhail Vaskov, Olga Gavrilyuk, Polina Chernyshova, Denis Samoilov, Alexander Pavlov, Anatoly Menshchikov

produzione Teatro Vakhtangov di Mosca

*spettacolo in russo con sopratitoli in italiano

 

Arriva al Teatro San Ferdinando un insolito Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo per la regia di Luca De Fusco con la compagnia del Teatro Vakhtangov di Mosca. Lo spettacolo ha debuttato riscuotendo grande successo nello scorso gennaio a Mosca e nella prossima stagione sarà in scena a Napoli al Teatro San Ferdinando due giorni. Luca De Fusco nelle sue note racconta che è una grande sfida mettere in scena uno dei capolavori del teatro napoletano con attori russi. Il confronto tra due grandi tradizioni teatrali è stimolante, difficile, degno di essere tentato.

All’interno del grande repertorio napoletano ho scelto il nostro maggiore autore, Eduardo De Filippo, e il mio testo preferito tra i suoi maggiori Sabato, domenica e lunedì. È un testo dal vago sapore cechoviano, visto che racconta di piccole gelosie, piccoli risentimenti che diventano grandi per la sottile tensione familiare e per la naturale tendenza alla esagerazione dei napoletani che sembrano sempre recitare una parte. Lo stesso Eduardo fa dire ad un suo personaggio che la famiglia Priore somiglia ad una compagnia teatrale. Sia le piccole tensioni che diventano grandi e grottesche, sia l’aspetto metateatrale mi sembrano legare la cultura russa e quella napoletana. Ho quindi sottolineato questi aspetti insieme alla ipocondria del protagonista che si rifiuta continuamente alla vita, alla luce, alla bella giornata che traspare dalle finestre e che lui fugge continuamente. Il mio stile registico predilige situazioni drammaturgie surreali e che cambiano il colore dei testi. Per lo spettatore sarà molto interessante assistere a un grande classico di Eduardo interpretato da attori russi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16 – 26 aprile

 ‘O TUONO ‘E MARZO

di Vincenzo Scarpetta

regia Massimo Luconi

scene Massimo Luconi

con Anita Bartolucci, Gigi Savoia, Tonino Taiuti e altri attori da definire

produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

Durante una notte di marzo, un tuono fortissimo, un boato fuori dal normale, irrompe nei cieli ed una donna, spaventata, si mette in cerca della camera del fratello in un albergo, ma in preda allo stordimento dei sensi provocato da o’ tuono ‘e marzo si trova nel letto di uno sconosciuto. Quella notte i due consumano un rapporto d’amore, da cui una gravidanza illegittima che genera tutta una serie di equivoci e esilaranti meccanismi comici su cui sia basa questa commedia scritta da Vincenzo Scarpetta, figlio del grande Eduardo Scarpetta.

Vincenzo inizia a scrivere agli inizi del ‘900 per la compagnia paterna e quando Eduardo lascia le scene ne eredita il repertorio e la celebre maschera di Felice Sciosciammocca, che diventa protagonista delle sue commedie, anche se Vincenzo gli toglie ogni peculiarità che potesse identificarlo con un carattere fisso, permettendogli di impersonare una vasta gamma di personaggi (in questa commedia il figlio illegittimo nato da ‘o tuono ‘e marzo). In questo testo dai ritmi comici irresistibili, dove tutti i personaggi si muovono in un ingranaggio scenico perfetto, c’è una “apertura” verso una interpretazione non codificata e ancora completamente da scoprire, che delinea un’assonanza con una comicità basata sull’assurdo, sulla iterazione e sul nonsense, che ricorda per certi aspetti il cabaret e i meccanismi del teatro di Feydeau e quelli tipici del teatro dell’assurdo di Boris Vian. In questo surreale circo buffonesco e giocoso, la dimensione psicologica è azzerata, i personaggi uniscono la meccanica essenzialità delle marionette alle più classiche commedie delle miserie umane: furbizia, cinismo, egoismo, e anche un pizzico di crudeltà che rimanda alla lezione della commedia dell’arte su cui si fonda il grande repertorio della farsa napoletana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 – 17 maggio

LA VITA NUDA

da alcune Novelle per un anno di Luigi Pirandello

drammaturgia e regia Alfonso Postiglione

collaborazione alla drammaturgia Antonio Marfella

con Gennaro Di Biase, Giovanni Esposito e altri attori da definire

costumi Giuseppe Avallone

musiche Paolo Coletta

produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

 

La stesura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello ha accompagnato tutta l’esistenza di scrittore dell’autore siciliano, dal 1890 al 1936 (l’ultima pubblicata, Effetti di un sogno interrotto, uscì il giorno prima della sua morte) Il suo progetto ambizioso, dalla articolata storia editoriale, era di scriverne trecentosessantacinque, una per ogni giorno dell’anno, pur senza riferimenti specifici alle giornate o alla sequenza delle stagioni. Si fermò a duecento cinquantasei (alcune scoperte postume) facendone una summa del suo percorso autoriale e una silloge di racconti paragonabile solo a notevoli precedenti come il boccaccesco Decamerone, le arabe mille e una notte o i campani cunti di Basile.

Tra le novelle che affronteremo, allo stato attuale del progetto, possiamo indicarne soltanto alcune, come La giara, con il suo paradossale conflitto tra due uomini arroccati strenuamente sulle proprie posizioni; La patente, dove nello sfogo del protagonista, si fa surreale la sua pretesa di un riconoscimento ufficiale della stigmatizzata e sofferta identità affibbiatagli dalla società. E ancora le storie più urbane de La paura (da cui poi La morsa) dove un triangolo amoroso causa sospetti, tensione e panico negli attori della vicenda; o ancora Acqua amara, col racconto termale degli effetti del matrimonio, grande generatore di malanni fisici e morali. Per tornare al già citato Effetti di un sogno interrotto, novella visionariamente sospesa che intende costituir cornice drammatica alla nostra selezione.

Nella molteplicità dei temi trattati, Pirandello, con le novelle, cala lo scandaglio della sua arte nelle profondità della cangiante umanità, dragando deciso i fondali della storia e dell’esistenza, e la sua analisi travalica il fecondo periodo che visse a cavallo di due secoli. L’opera completa dell’autore siciliano, infatti, storicamente precorritrice della crisi dell’uomo moderno, si fa oggi ancora interessante per poter indagare ed affrontare l’attuale crisi dell’umano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EXTRA

 

 

21- 26 aprile | Basilica di Santa Maria alla Sanità

LA PESTE AL RIONE SANITÀ

un progetto di Mario Gelardi

a partire dal romanzo di Albert Camus
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Nuovo Teatro Sanità

con il patrocinio della Fondazione di Comunità San Gennaro

 

Il progetto firmato da Mario Gelardi che andrà in scena alla Basilica di Santa Maria della Sanità racconta della peste, del Rione Sanità ma in generale racconta un’intera città, un intero paese. Un paese completamente addormentato e rassegnato al male ingiustificato, che subisce e forse pensa che tutto arrivi dall’alto, che si adatta e trasforma tutto in normalità. Un paese in cui la peste non è andata via perché le persone che lo abitano non hanno voluto prendere coscienza della sua esistenza, non hanno iniziato ad essere solidali gli uni con gli altri. Chi ammette davvero il male fino a soffrirlo profondamente, va via.

Come essere vittime di se stessi, della propria non-azione. Non riconoscere quello che accade, non avviare il processo di guarigione e ritrovarsi automaticamente partecipi dell’estensione della malattia, trasformandosi a sua volta in topi.

 

12 – 24 maggio | Museo Madre

VANJA

Scene di vita

da Anton Čechov

libero adattamento e regia Álex Rigola

traduzione dallo spagnolo Davide Carnevali

con Antonietta Bello, Angelica Leo, Michele Maccagno, Ruben Rigillo

scene Max Glaenzel

assistente alla regia Lorenzo Maragoni

produzione Teatro Stabile del Veneto

 

Zio Vanja è uno dei drammi più famosi di Anton Pavlovič Čechov, un gioco di personaggi che, annoiati e disgustati, hanno perso interesse per la vita e che, con la loro noia, rappresentano un’umanità che sbadiglia. Questa apparente immobilità contiene però tutta l’angoscia vitale dell’autore russo, che il regista catalano Álex Rigola racchiude in una scatola di legno. In uno spazio aperto solo in alto, 80 spettatori attendono attoniti, in un clima di intimità catartica, una versione del grande classico čechoviano, in cui quattro attori, che sono venuti indossando i loro vestiti da casa, si rivolgono l’un l’altro chiamandosi per nome. In una condizione di grande prossimità, piena di desolazione e sofferenza, dove i silenzi sono implacabili, sussurrano al pubblico scene di vita, confessano i graffi che li hanno segnati, raccontano la loro disperazione. Attori e personaggi si sovrappongono, l’esperienza dell’uno diventa nutrimento per l’altro, dando forma a uno spettacolo pieno di vita.

Álex Rigola distilla tutta l’angoscia vitale di Čechov e la racchiude in una stanza dove quattro attori sono spiati, ognuno nella propria intimità.

 

 

PROGETTI

 

23 – 24 maggio 2020

ARREVUOTO – XV movimento

direzione artistica Maurizio Braucci

da un’idea di Roberta Carlotto

coordinamento pedagogico Chi rom e… chi no

progetto e realizzazione Associazione Arrevuoto. Teatro e Pedagogia

produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

 

Arrevuoto, il progetto teatrale ideato da Roberta Carlotto e curato da Maurizio Braucci, giunge al suo quindicesimo movimento. Singolare e innovativa occasione di incontro degli adolescenti e dei giovani con il mondo del teatro, i suoi linguaggi, le sue possibilità di comunicazione, il suo potere formativo, il progetto, prodotto fin dalla sua prima edizione dal Teatro Stabile di Napoli, assume di anno in anno un valore sociale e culturale sempre più forte, agendo in quartieri problematici e complessi come quello di Scampia, dove lavora da tempo una rete di gruppi, di associazioni e operatori del sociale e del mondo della scuola, che con ostinazione e determinazione hanno conseguito e continuano a conseguire risultati di grandissima importanza sociale e culturale.

 

 

VERSO ANTIGONE. TEATRO E GIUSTIZIA

 

Ritornano gli appuntamenti con il tema della giustizia, promossi dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale in collaborazione con l’associazione Astrea. Sentimenti di giustizia, articolato in un ciclo di incontri a margine del cartellone 2019/2020. Un progetto a cura di Gennaro Carillo (coordinatore), Luca De Fusco, Alfredo Guardiano e Filippo Patroni Griffi. Gli incontri saranno sui seguenti spettacoli:

 

  • La panne
  • Edipo a Colono

 

 

PINOCCHIO

che cos’è una persona?

un percorso di pedagogia, ricerca e creazione

ideato e diretto da Davide Iodice

 

Durante le attività del ciclo Vocazione e Ricerca della Scuola Elementare del Teatro (il laboratorio attento alle persone con disagio economico e sociale e alla disabilità intellettiva e fisica), è nata l’idea di percorso di pedagogia, ricerca e creazione che ruota intorno a Pinocchio, mito popolare già presente nell’immaginario di Davide Iodice.  “Pinocchio è il diverso” – afferma il regista –  “è tutti i diversi, con la loro carica anarchica e dirompente, ma è pure “il legno sfregiato” come diceva Carmelo Bene, aggiungo io: dalla perversione dell’immagine e somiglianza di un padre e di tutta una società  normalizzante, per la quale il concetto di persona ha canoni rigidi, di convenzione, borghesi. Ecco allora che si è una non – persona fino a quando non si scende a patti, non si diventa buoni, non si cancella ogni minima traccia di un’eccezionalità, non si diventa uguali. O non-persona, e quindi pezzo di legno, o burattino buono per un po’ di spettacolo, o animale (cane da guardia, asino): in ogni caso una mostruosità. Pinocchio, in una prima stesura, finiva con l’impiccagione del burattino, come a segnare una impossibilità di uscita, poi corretta da Collodi con una definitiva, conciliante, benevola trasformazione in bambino, in persona. Sì, ma cos’è una persona? Il mio lavoro sulla centralità della persona e delle sue fragilità, si è sostanziato l’anno scorso in una serie di studi ispirati alla figura del burattino Pinocchio, che ci è sembrato così fratello dei ragazzi con disabilità fisica e intellettiva che compongono l’articolato gruppo di lavoro. Come pure Pinocchio appartiene alla stessa famiglia di quei ragazzi sottratti al crimine o in pieno percorso di ridefinizione della propria esistenza, all’uscita da quel carcere che non hanno potuto o saputo evitare. Pinocchio, e l’intera compagine simbolica della favola, sembrano incarnare tutte le caratteristiche di un’adolescenza incomprensibile, incompresa, nel cui tormento, a tratti gioiosamente furioso, a tratti cupo e irredimibile, si specchia una società composta da adulti da macchietta, o rovinati, o corruttori in forme più o meno palesi”. Il percorso di pedagogia, ricerca e creazione – che si articolerà nel corso della stagione teatrale, per trovare il suo compimento nell’autunno del 2020 – intende incrociare le attività della Scuola Elementare del Teatro e della Scuola di Teatro dello Stabile, formando un gruppo composito e integrato di allievi attori e attori.