comunicato stampa Al Teatro Mercadante da mercoledì 3 a domenica 14 aprile in scena l’applaudito spettacolo di Massimo Popolizio L’ALBERGO DEI POVERI

comunicato stampa

Al Teatro Mercadante da mercoledì 3 a domenica 14 aprile
in scena l’applaudito spettacolo di Massimo Popolizio

L’ALBERGO DEI POVERI
tratto dall’opera di Maksim Gor’kij
con drammaturgia di Emanuele Trevi
interpretato da Massimo Popolizio
insieme a una numerosa compagnia di 15 attori
Massimo Popolizio prosegue la sua ricerca artistica e civile
portando in scena il dramma corale di Maksim Gor’kij.

Riflessione filosofica e morale sul destino umano, atto di denuncia delle condizioni di vita

di una parte di società tutt’altro che scomparsa.

Nell’adattamento di Emanuele Trevi il testo conserva tutta la sua carica

di forza visionaria e disperata lucid ità.

Dopo il debutto nazionale al Teatro Argentina di Roma dello scorso febbraio, arriva al
Teatro Mercadante, da mercoledì 3 a domenica 14 aprile, lo spettacolo L’albergo dei
poveri diretto e interpretato da Massimo Popolizio, tratto dall’opera di Maksim Gor’kij
su drammaturgia di Emanuele Trevi.
Con Popolizio, nel ruolo di Luka, il pellegrino, in scena la numerosa compagnia di
interpreti composta da Giovanni Battaglia, Gabriele Brunelli, Luca Carbone, Martin
Chishimba, Giampiero Cicciò, Carolina Ellero, Raffaele Esposito, Diamara Ferrero,
Francesco Giordano, Marco Mavaracchio, Michele Nani, Aldo Ottobrino, Silvia
Pietta, Sandra Toffolatti, Zoe Zolferino, dei quali indichiamo a seguire i rispettivi ruoli.
Le scene dello spettacolo sono di Marco Rossi, i costumi di Gianluca Sbicca,
le luci di Luigi Biondi, le foto di scena di Claudia Pajewski. 
Una produzione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale e Piccolo Teatro di Milano –
Teatro d’Europa.
Conosciuto anche col titolo “I bassifondi”, o “Sul fondo”, o ancora “Il dormitorio”, questo
grande dramma di Maksim Gor’kij, rappresentato per la prima volta a Mosca nel 1902, fu
ribattezzato “L’albergo dei poveri” da Giorgio Strehler nel 1947, in occasione della
memorabile regia che inaugurò il Piccolo Teatro di Milano nel maggio del 1947.
È quest’ultimo titolo che Massimo Popolizio ha deciso di riproporre al pubblico, in virtù del
suo valore emblematico e poetico, oltre che storico. “L’albergo dei poveri” è un grande
dramma corale, che si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di
pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino
umano.
Il numero elevato degli attori in scena (la multiforme popolazione di questa sorta di rifugio
dormitorio per gli ultimi della società) impone alla regia la ricerca di un ritmo adeguato al
continuo mutare delle situazioni e dei punti di vista, in un crescendo di tensione reso
ancora più evidente dall’angustia dello spazio evocato. Questo rifugio di derelitti e

alcolizzati dove i personaggi trascorrono i loro giorni tentando di non soccombere alla
disperazione e all’inerzia della sconfitta.
Si tratta di una sfida che, dopo Stanislavskij che fu il primo regista del dramma di Gor’kij, è
stata raccolta da grandi maestri della regia teatrale, come Strehler, e anche
cinematografica, tra gli altri, Resnais e Kurosawa. Se le grandi opere viaggiano nel tempo
per essere rilette a ogni generazione da angolature diverse, lo stile di regia di Popolizio, la
sua maniera di dirigere gli attori e il meccanismo teatrale nel suo complesso, appare
particolarmente adeguato a scrivere un nuovo capitolo di questa storia di interpretazioni.
Il nostro non è il mondo del 1902, e nemmeno quello del 1947: è mutato anche il concetto
stesso di «povertà», ma l’energia drammatica, la forza visionaria, la disperata lucidità dei
personaggi di Gor’kij è ancora intatta, grazie anche alla nuova scrittura drammatica
di Emanuele Trevi.

L’ALBERGO DEI POVERI
uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dall’opera di Maksim Gor’kij
drammaturgia Emanuele Trevi
personaggi e interpreti
LUKA, il pellegrino Massimo Popolizio
VASILISA, moglie di Kostylev Sandra Toffolatti
PEPEL Raffaele Esposito
KLESC, fabbro Michele Nani
IL BARONE Giovanni Battaglia
SATIN, il baro Aldo Ottobrino
BUBNOV, pellicciaio Giampiero Cicciò
KOSTYLEV, padrone del dormitorio Francesco Giordano
IL PRINCIPE, Martin Chishimba
KVASNJA, ex prostituta Silvia Pietta
ALESKA, Gabriele Brunelli
NATASA, sorella di Vasilisa Diamara Ferrero
MEDVEDEV, la guardia Marco Mavaracchio
L’ATTORE, Luca Carbone
NASTJA, ragazza Carolina Ellero
ANNA, moglie di Klesc Zoe Zolferino

Durata spettacolo: 1 ora e 40 minuti (atto unico)
Info: www. teatrodinapoli.it
Biglietteria: tel. 081.5513396 | e.mail: biglietteria@ teatrodinapoli.it

Massimo Popolizio e Emanuele Trevi su L’albergo dei poveri
(da un dialogo per il programma di sala dello spettacolo)
Massimo Popolizio “Scoprire che cosa possa accadere con un copione come quello che
abbiamo trattato significa riscriverlo in scena con gli attori e le attrici. Hai tra le mani un
oggetto che è fondamentalmente un materiale di interpretazione; una parola, questa,
invece completamente fuori moda. Qui non c’è alcun metateatro, questo è un teatro di

personaggi che devono essere resi tridimensionali, che dalla carta devono alzarsi in piedi
sul palcoscenico. Essendo di carne e d’ossa, una volta alzati in piedi ci raccontano
qualcosa a prescindere dalle parole. È un lavoro molto complesso”.
Emanuele Trevi “Lavorando abbiamo passato dei mesi molto nutrienti dal punto di vista
creativo: a definirti artisticamente non è solo quello che fai, ma anche di quello che escludi
di fare. Abbiamo cominciato a lavorare alla vecchia maniera, su dei testi non teatrali, i due
grandi romanzi Satyricon di Petronio e Metamorfosi di Apuleio. Però quel che a volte
succede è che, se vuoi innovare, ti trovi a tornare su qualcosa di apparentemente più
convenzionale, per cambiarlo dall’interno. Per me è stata fondamentale la lettura
dei Vagabondi, la raccolta di racconti giovanili di Gor’kij, soprattutto per definire il
personaggio del pellegrino Luka. Ne “L’albergo dei poveri” c’è l’elemento esterno dato dal
fatto che questi personaggi non hanno fissa dimora e poi c’è un modello di narrazione
essenzialmente dialogico. Luka non è propriamente un narratore, è una persona che
racconta se qualcun altro gli chiede di farlo”.
Massimo Popolizio “E i racconti qui sono quasi sempre di ricordi e sogni. Ma la domanda
è: “sono veri”? Chi è questo Luka? Un cialtrone? Un profeta? Di questo spettacolo,
comunque, si può parlare letterariamente, ma cambia quando lo vedi, quando vedi i
personaggi vestiti, quando li vedi muoversi. Del copione abbiamo fatto otto o nove
versioni; quella di settembre era di 78 pagine ed era fantastica. Ma in scena non
funzionava. Alla radio avrebbe funzionato, ma qui la questione è domandarsi sempre “chi
vede chi?”. Una scena è vista da chi? A quale scena vista ciascuno risponde? Dove
stanno gli altri mentre si svolge questa o quella scena? Noi abbiamo immaginato come un
“sottomondo” in cui succede ciò che succede nel mondo: sono sedici personaggi sono
sedici tipologie umane che potresti trovare nel mondo “di sopra” e le vedi agire in quello “di
sotto”.
Cattiveria, amore, morte, violenza, invidia, patetismo, trasporto, cialtroneria… come diceva
Emanuele, è come se salisse su un vascello. E la scena – la sala dell’Albergo, somiglia
proprio alla pancia di un vascello: sottocoperta succede tutto ciò che succederebbe sul
ponte. Io agisco da regista in un lavoro di attori, fatto per attori; non è una dimostrazione
intellettuale di ciò che facciamo, è un lavoro fondamentalmente pratico, artigianale,
incarnato ed estremamente complesso. Sedici persone hanno altrettanti diversi motivi,
personalità, passati, corpi. Io credo che non importi capire esattamente cosa, ma
attraverso un come io capisco il cosa. Attraverso una disperazione io capisco quel
personaggio; magari non capisco perché sia disperato, ma capisco che qui dentro c’è
disperazione. Io poi lavoro per montaggio. È un lavoro molto musicale ed estremamente
rapido; non veloce, ma rapido, che è un’altra cosa.
Rapidità e fretta sono due forze diverse. È una visione sempre cinematografica, fatta di
primi piani, secondi piani, campi larghi, sistole e diastole. E questo dà una dinamica.
Usando le parole di altri scritte più di un secolo fa bisogna certo domandarsi che cosa quel
testo possa dire oggi. Noi abbiamo preso il materiale di Gor’kij e lo abbiamo esasperato
innestando delle micro-inserzioni di altri testi e di altri autori: Čechov, Florenskij, Tolstoj,
Puškin, dello stesso Trevi, persino di Cormac McCarthy. Questo innesto era necessario
per dare ancora più spazio ai personaggi, non ha aumentato il volume delle pagine – che
anzi si è ridotto – ma quello dei personaggi, aiutandoli a emergere”.
Emanuele Trevi “Il volume non è di certo determinato dalla quantità di parole, ma dalla
densità e Gor’kij è un caso esemplare: per dargli più volume devi togliere molte parole”.

Massimo Popolizio “Tra tutti gli spettacoli che ho fatto, forse questo è il personaggio più
difficile, perché mi sto chiedendo ancora: con che faccia lo interpreto? Che faccia ho? Per
un attore è fondamentale. E allora una barba lunga, i capelli tirati indietro, gli occhiali scuri,
vestito da pellegrino con le sneakers e la radiolina. E tutti i personaggi sono inventati.
Abbiamo scoperto che meno naturalistici siamo, più veri risultiamo”.
A cura di Sergio Lo Gatto
Il retaggio più autentico di Maksim Gor’kij
“La parte più autentica del suo retaggio – a metà strada tra Leskov e Čechov – è forse
quella che ci restituisce la potenza espressiva del suo sguardo puntato senza filtri sulle
moltitudini di emarginati o sul mondo della più gretta e inerte borghesia russa. Le sue
creature letterarie uccidono e filosofeggiano, percorrono in lungo e in largo la Russia delle
due capitali e quella delle campagne, parlano per aforismi e allegorie, sempre in bilico tra
perdizione e cinismo, misericordia e tracotanza, inabissate nei meandri della disperazione
o guidate dalla volontà di riscatto, alla perenne ricerca del significato della vita. Alla
compagine dei reietti appartengono anche i personaggi dell'Albergo dei poveri, inquilini di
un purgatorio in terra tra i più dolenti, dove “onore e coscienza” sono un lusso da ricchi”.