IL DIALOGO COME ARRICCHIMENTO CONCETTUALE ED APPAGANTE CRESCITA SPIRITUALE

Dialogo_interrculturaleSe partiamo dalla premessa che la nascita non è solo l’annuncio della propria presenza (“Eccomi, io sono qui!) ma un voglia di conoscere le ragioni della propria esistenza, di conoscere il mondo in cui viviamo e le persone che questo mondo abitano, allora ci rendiamo conto della importanza del dialogo, l’esigenza di connetterci con ciò che è fuori di noi e, così facendo, connetterci con ciò che è dentro di noi.

Ovviamente non alludiamo a quel dialogo dettato dalla umana pietas, quasi una predisposizione compassionevole missionaria verso l’altro, ma a quel dialogo che ci da la convinta certezza di quanto sia utile ad un reciproco arricchimento di due o più individualità.

Attraverso il dialogo recuperiamo la nostra funzione primitiva di ascoltare ed accompagnare l’interlocutore di turno lungo un percorso spesso insidiato da dubbi, perplessità, incertezze, paure, nel tentativo di trovare insieme le possibili risposte.

L’uomo solo è un disperato. Come fa a sopravvivere un carcerato, nel chiuso di una cella , senza poter comunicare con l’esterno, se non si aiuta con il ricordo del rapporto che ha avuto con gli altri? Se non va a scavare nella memoria le parole di coloro che hanno interagito con lui?

Il dialogo aiuta a formarsi opinioni, idee, pensieri di cui si nutre la nostra personalità, per ribadirla o rivisitarla.

Bacone diceva che ci sono tre tipi di filosofi: le formiche che prendono i dati e li ammucchiano senza elaborarli, i ragni che tirano fuori da se stessi i loro pensieri come fili di seta e poi ci sono le api, animali filosofici per eccellenza, che vanno a fare bottino nei vari fiori, prendono il polline, che poi elaborano producendo miele.

Ed è questo il comportamento che dovremmo avere tutti per potere fare valutazioni e scelte che possano irrobustire in maniera positiva la nostra personalità.

Basti pensare che la cura psicologica o psichiatrica si basa sul dialogo. Talvolta si va dallo psicologo o dallo psichiatra per carenza di dialogo.

Silvio Fasullo, Professore di Psichiatria, diceva che la nascita non è solo un fatto biologico ma un proiettarsi nell’altro.

Ma perché un dialogo sia efficace, bisogna che ci si educhi all’ascolto degli altri.

L’ascolto è importante, viene prima ancora del linguaggio. Noi parliamo perché abbiamo ascoltato le parole che ci hanno trasmesso prima i nostri genitori, e poi tutti gli altri, così da costituire quel bagaglio di parole che, coordinate da una innata capacità spazio-temporale, viene a formare il nostro linguaggio, che sarà scarno o forbito in rapporto ai riferimenti ambientali o culturali che ci circondano.

Aristotele diceva che l’uomo è l’animale che ha il logos, che è la capacità di creare pensieri, ma anche la capacità di discorrere, di comunicare agli altri il nostro pensiero attraverso le parole. Ecco perché l’ascolto è importante, ma deve essere quell’ascolto che da all’altro la percezione di quanto ciò che sta dicendo è importante per noi (“Io ti ascolto perché ciò che dici mi arricchisce!”) ed il passaggio dall’ascolto al dialogo diviene una predisposizione egoistica ed altruistica insieme. Egoistica perché, come dicevamo, ci insegna qualcosa in più, altruistica perché restituisce ciò che abbiamo imparato con il contributo aggiuntivo del nostro pensiero.

Quando il discorso diventa dialettico la sintesi racchiude elementi di pensiero che sono di entrambi i dialoganti.

La valenza più importante del dialogo è quella che ci porta a superare i pregiudizi dell’apparenza che è spesso ingannevole. Oggi tutti parlano e pochi ascoltano.

L’audience televisivo si misura con il livello sonoro degli scontri, del sovrapporsi, producendo un guazzabuglio di rumori assordanti dove latitano le idee. Il filosofo Zenone, sul fatto che si ascolta poco e si parla molto diceva: “Non si spiega perché ci hanno dato due orecchie ed una bocca sola”.

La mancanza di dialogo non ci consente di formarci delle idee proprie, che nascono solo da una diretta interlocuzione con gli altri, altrimenti non facciamo che ripetere passivamente ciò che concettualmente ci perviene in modo indiretto.

Spesso viviamo come nella famosa caverna di Platone. La caverna di oggi è rappresentata dalla televisione, che ci propina messaggi ed altrui opinioni quasi che fossero la verità, ma che verità non sono, perché alla verità deve partecipare anche la nostra opinione, ovvero, la verità  è la sintesi di tante opinioni. Una verità che è pur sempre momentanea, perché col tempo può modificarsi con l’arricchimento di successive esperienze concettuali.

Il dialogo ci aiuta a capire cosa c’è dietro e dentro una persona che talvolta, vuoi per una sorta di pudore, vuoi per timidezza, vuoi per una immagine che vuole dare di se stesso, non si manifesta del tutto, anche con le proprie fragilità.

Per rendere meglio l’idea di quanto l’apparenza, priva di comunicazione, può portarci a valutazioni inesatte e non corrispondenti al vero, basta ricordare la storia del Pagliaccio di Kierkegaard che di seguito riportiamo:

«Capitò, tanto tempo fa, che in un circo viaggiante in Danimarca si sviluppasse un incendio. Il direttore mandò al vicino paese il clown già abbigliato per lo spettacolo. Il clown arrivò affannato al villaggio, e supplicò i paesani di accorrere per dare una mano a spegnere l’incendio, che rischiava di propagarsi alle stesse case del paese. Ma le grida del clown furono interpretate come un astuto trucco del mestiere: lo applaudivano e ridevano fino alle lacrime. Il povero clown tentava inutilmente di spiegare che non si trattava affatto di una finzione, di un trucco, bensì di un’amara realtà, e li scongiurava ad andare. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate. La commedia continuò così finché il fuoco s’appiccò realmente al villaggio e ogni aiuto giunse troppo tardi: sicché circo e villaggio andarono entrambi distrutti dalle fiamme».

Come si può desumere da questa storia ogni tentativo disperato di questo clown di convincere gli altri della bontà del suo appello, non sortiva alcun effetto perché la sua immagine, l’apparenza, era quella di un pagliaccio. Solo se lo si conosceva a fondo avrebbe potuto   ottenere il consenso che cercava.

Allora, come dicevamo, il dialogo ci fa eliminare i pregiudizi dell’apparenza ma da anche all’altro la percezione di essere importante, che abbiamo voglia di conoscerlo, di comprenderlo. Chi si rifiuta di ascoltare una persona e rifugge dal dialogo è il saccente, colui che è pieno di sé e ritiene di non avere nulla da aggiungere al suo sapere, ritenendo che

fuori di sé c’è l’inutile, il superfluo.

Il dialogo è particolarmente efficace con chi sta vivendo un momento di avvilimento psichico, di depressione, di abbattimento morale e, se il dialogo si fa paritario, può testimoniare che da questi momenti ciascuno è toccato, nessuno è esente ed ancora una volta si dimostra il dare e l’avere che il dialogo regala.

Attraverso il dialogo ci si può rendere conto dei propri limiti, che solo dal confronto dialettico possono essere superati.

E se è vero, come è vero, che il dialogo dovrebbe essere l’aspirazione alla quale tutti dovrebbero tendere, allora convinciamoci che non bisogna chiudersi nel proprio territorio di solitudine, nel proprio branco di amici, perché magari così ci si sente più protetti, ma apriamoci  agli altri, a nuove conoscenze che possono farci conoscere nuove realtà esistenziali, nuove esperienze che portano a fecondare la nostra vita ad evitare che inaridisca.

Il dialogo deve essere un’apertura verso chiunque e non verso qualcuno, non deve essere selettivo per produrre una maggiore conoscenza anche di se stessi.

E neppure bisogna alimentare la costituzione di caste escludenti: vecchi con vecchi, giovani con giovani, saggi con saggi, ricchi con ricchi, poveri con poveri e così via, perché ciascuno porta qualcosa di sé, della propria esperienza, del proprio vissuto. Dobbiamo imparare a goderci reciprocamente.

E’ il dialogo che può aiutare all’accrescimento dei nostri dubbi, che sono sempre vivificanti perché non ci fanno riposare con le nostre certezze che rendono la vita statica e poco interessante.

Ogni nostro pensiero deve essere preceduto da un “forse” che ci fa assaporare la voglia di conoscenza di una vita alimentata dalle tante domande che cercano una risposta.

Giacomo Leopardi diceva che “il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito”.

Iniziare un discorso premettendo “forse” al proprio pensiero determina un’apertura dialogica che da umiltà al discorso eliminando ogni elemento di presunzione o saccenza, che nulla hanno a che vedere con quel dialogo che regala agli interlocutori un reciproco arricchimento concettuale ed una appagante crescita spirituale.

Aldo di Mauro*

Scrittore, poeta, filosofo