Il doppiaggio, specialità italiana nata in America

di Francesco Bartiromo

Il pubblico italiano è talmente assuefatto dalla magia della Settima Arte da dimenticarsi quasi completamente del “trucco” del doppiaggio. Abituati da decenni a questa pratica osserva con occhi sognanti i volti dei divi preferiti sul grande schermo, in un rapporto empatico che genera qualunque sentimento possa scaturire dalle gesta e dai discorsi dei numerosi protagonisti del cinema. Dimentica però quasi del tutto che non è la loro voce quella che proviene dalla loro bocca ma piuttosto quella di certi signori che portano il nome di Emilio Cigoli, Ferruccio Amendola, Maria Pia Di Meo, tanto per citarne alcuni.

Sono tanti infatti i “prestatori di voce” che da molti anni si accompagnano agli attori cinematografici d’Oltreoceano e non solo. Eppure nonostante questa loro onnipresenza nel cinema internazionale sono stati sempre dimenticati, tale è l’illusione  che danno quelle voci armoniche e vellutate siano realmente degli attori hollywoodiani e non. Sembra quasi che esista una improbabile pratica cinematografica che preveda si possa recitare anche in lingua italiana, appositamente per il nostro pubblico.

Ed è appunto questa la “magia” del doppiaggio, tecnica in tanto più riuscita proprio quando fa dimenticare della sua esistenza. Questi “misteriosi attori” che recitano nell’ombra delle star sono tanto più bravi proprio quando riescono a non far notare questo “trucco”.

Ma come è nata questa pratica? I motivi della nascita del doppiaggio sono dovute a esigenze prettamente commerciali: era infatti necessario trovare una soluzione adatta al cambiamento radicale del cinema con l’introduzione ufficiale del sonoro a partire dal 1930. Prima di allora il cinema era completamente muto, ma nonostante questo handicap godeva di ottima salute dal momento che il suo unico metodo di comunicazione era basato esclusivamente sulle immagini, attraverso la mimica e la gestualità dei suoi protagonisti, primo su tutti Charlie Chaplin. Le sequenze venivano interrotte dalla sporadica comparsa di didascalie che riportavano una breve descrizione dei dialoghi laddove era di necessario.

Inoltre le sale cinematografiche erano dotate di un accompagnamento musicale realizzato in diretta durante la proiezione, il più delle volte tramite un semplice pianista, mentre nelle sale più prestigiose, come il Supercinema di Roma, l’Odeon di Milano, o il Ghersi di Torino, gli spettatori italiani potevano ammirare un imponente commento musicale realizzato da vere e proprie orchestre di musica classica.

Tutto cambiò con l’introduzione del sonoro: nell’ottobre del 1927 veniva presentato al pubblico delle sale di New York il primo film con dialoghi parlati della storia, Il cantante di jazz, prodotto dalla Warner Bros.

Il film fu realizzato con la tecnica Vitaphone, un sistema attuato dalla grande casa statunitense che permetteva la sincronizzazione dell’audio con le immagini tramite un disco fonografico che girava contemporaneamente alla pellicola, su cui era incisa tutta la traccia sonora del film. Un sistema ancora rudimentale, ma rappresentò l’evento che sancì l’inizio di una nuova era: le tecniche per la sonorizzazione dei film da allora si perfezionarono sempre più.

In Italia Il cantante di jazz venne proiettato per la prima volta al Supercinema di Roma nel 1929. Fu il punto di rottura che minò sensibilmente le basi del mercato cinematografico italiano, dal momento che l’industria del nostro Paese non era in grado di “far parlare” i suoi film. Dunque la questione si pose subito.

Non si poteva più rimanere indifferenti visto che ormai negli Stati Uniti si ragionava solo in termini di sonoro, e il grosso del mercato cinematografico italiano era dominato proprio dal cinema d’Oltreoceano che mandava nelle nostre sale un numero sempre crescente di pellicole sonorizzate.

Il nuovo cinema “parlante” che parlava “straniero” rappresentò un grosso problema, soprattutto perché un regio decreto del governo fascista vietava la proiezione di qualunque pellicola che parlasse un’altra lingua.

I risultati furono disastrosi: le pellicole hollywoodiane venivano letteralmente “ammutolite”: erano lasciati intatti soltanto brevi spezzoni della colonna sonora originale. Inoltre per sopperire alla mancanza di dialoghi le immagini venivano interrotte con eccessiva frequenza da didascalie italiane su sfondo nero, un effetto troppo fastidioso per un pubblico in maggior parte analfabeta.

Il mercato italiano era troppo importante per l’industria cinematografica americana, e fu così che si decise di puntare su una nuova tecnica cinematografica inventata dall’ingegnere austriaco Jacob Karol, che era appunto quella del dubbing, il doppiaggio. Secondo Karol era possibile sincronizzare col labiale degli attori dell’edizione originale le voci di altri attori di diversa nazionalità.

La tecnica, che era in fase sperimentale già da alcuni anni, divenne subito una necessità. Negli anni Trenta fu la soluzione ideale per risolvere i problemi commerciali delle case di produzione americane: difatti i primi film che “parlavano italiano” col sistema del dubbing venivano doppiati direttamente a Hollywood. Già nel 1931 negli U.S.A. venivano allestiti appositi studi per la realizzazione del doppiaggio, i primi dei quali vennero realizzati dalla Metro G.M. e dalla Fox.

Questi primi esperimenti ebbero risultati tutt’altro che soddisfacenti: infatti le prime pellicole erano doppiate direttamente dagli attori americani e non godevano affatto del favore del pubblico italiano, costretto ad ascoltare nelle sale la pronuncia di un italiano notevolmente imperfetto e sottoposto ad ogni genere di storpiatura.

Il risultato fu la totale derisione e indignazione del pubblico che non amando affatto sottoporsi a questa sorta di “tortura acustica”, abbandonò nuovamente le sale cinematografiche.

Accadde così che anche in Italia non ci volle molto per vedere evolversi un ottimo sistema di doppiaggio. E la figura di spicco di questa piccola rivoluzione tecnica porta il nome di Stefano Pittaluga, un produttore distributore già titolare della “Fert” di Torino che nel 1927 trasferì la sua attività a Roma, Qui due anni più tardi acquisì gli stabilimenti della “CINES”, una vecchia società italiana di distribuzione cinematografica in disuso già da diversi anni.

Inaugurò dunque nel maggio del 1930 i nuovi stabilimenti della società anonima “CINES-Pittaluga” cominciando da subito ad occuparsi anche di doppiaggio. La direzione venne affidata al noto attore teatrale Mario Almirante.

Pittaluga, intuendo le potenzialità di questa nuova tecnica cinematografica, si adoperò per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione del cinema italiano e di attirare l’attenzione delle istituzioni del regime. Il suo intento era quello di dare maggior dignità al doppiaggio italiano e arrivare a un livello qualitativo decisamente superiore a quello fatto negli Stati Uniti.

Gli ottimi risultati raggiunti dalla Società Anonima CINES-Pittaluga sollecitarono le autorità del regime a superare l’indifferenza nei confronti dell’industria cinematografica. Così, ottenuti i fondi necessari, il 5 ottobre del 1930 al Supercinema di Roma venne proiettata in forma privata a Benito Mussolini La canzone dell’amore, il primo film interamente realizzato e doppiato in Italia.

Fine prima parte

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