TANTI PAZZI PER GIANFRANCO GALLO

TANTI PAZZI PER GIANFRANCO GALLO

 

Una follia generale. La rivisitazione del testo teatrale del 1890 di Laufs e Jacoby “Pensione Scholler“ pensata e realizzata da Gianfranco Gallo con  il titolo “Lo zio del medico dei pazzi” ha riscosso notevoli consensi al Teatro Augusteo di Napoli.        

 In scena, insieme a Gallo – geniale regista, coautore e mattatore nel ruolo di zio Pippo Pandolfo – ecco Antonella Stefanucci (la vedova Catena della Morte), Mario Brancaccio (l’attore Lello Baldi ), Bianca Gallo (Addolorata della Morte), Antonella Prisco (la siciliana Olivia Percuoco), Francesco Russo (Generoso Baciobello), Gianluigi Esposito (il Maggiore Grosso),Luigi Credendino (la scrittrice Matilde Serrata), Antonio Fiorillo (Leone Marino), Ursula Muscetta (Felicia Della Morte) Michele Sibilio (il direttore della pensione Mattolini), Elena Starace (Rosalia Percuoco), Michele Schiano di Cola (Alfredo Pandolfo). Pur richiamandosi al testo ‘O miedeco d’e pazze’ di Eduardo Scarpetta,  il lavoro portato in scena da Gallo si ispira fondamentalmente all’opera originale tedesca, sciorinando un caleidoscopio di personaggi  abbastanza isterici – vero specchio delle nevrosi moderne – irascibili e inquietanti: lo svolgersi della trama testimonia che il famoso cartello posto fuori da un manicomio con la scritta “Non siamo tutti qui” dice il vero perché anche nelle persone apparentemente normali alberga un ramo di follia, una dose esagerata di esaltazione del proprio Io che le renderà matte agli occhi impietosi della società.

 In realtà si tratta solo di un’umanità inaridita negli affetti, povera di sentimenti che si sottrae con la fantasia alla durezza della vita isolandosi da altri esseri ritenuti “normali” che non sono, invece, scevri della loro dose di pazzia, se pur trattenuta e sotto controllo: dietro la “maschera” che ognuno porge al mondo si nascondono animi tormentati, sensibilità ferite, contorcimenti emotivi, esasperazioni esistenziali che alienano da ogni contesto e che sono pronti a deflagrare se scatta la scintilla fatale.

 Problematiche rese con ironia sagace, colpi di scena, rutilanti costumi e un andamento frizzante che vivacizzano la pièce, divertendo il pubblico: lo stesso Gallo ammette di aver saccheggiato modalità e stereotipi del suo substrato culturale – intessuto di ciò che la commedia dell’arte, i drammaturghi e i comici non solo napoletani e italiani ma anche internazionali hanno prodotto nel tempo – per dar vita al “castigat ridendo mores”, motto assurto a simbolo ad honorem del teatro e per avvincere con successo le platee in ogni epoca.

 LAURA   CAICO