La storia di Antigone

 

La storia di Antigone

 Ago 23, 2026

La storia di Antigone

Tra le tragedie più intense dell’antichità greca, Antigone, scritta da Sofocle nel V secolo a.C., racconta il conflitto drammatico tra la legge degli uomini e quella degli dèi, tra il dovere verso lo Stato e quello verso la famiglia, tra l’obbedienza e la coscienza individuale. Al centro della vicenda c’è una giovane donna che, pur sapendo di andare incontro alla morte, sceglie di difendere ciò che ritiene giusto.

Per comprendere la storia di Antigone bisogna tornare alla sua famiglia, una delle più sfortunate e maledette della mitologia greca. Antigone è figlia di Edipo, il re di Tebe diventato famoso per aver risolto l’enigma della Sfinge. Edipo, però, senza saperlo, aveva ucciso suo padre e sposato sua madre, Giocasta. Quando la terribile verità venne alla luce, Giocasta si tolse la vita ed Edipo si accecò, condannandosi a vivere lontano dal potere e dalla città.

Antigone aveva accompagnato il padre nel suo esilio, dimostrandogli affetto e fedeltà fino alla fine. Dopo la morte di Edipo, era tornata a Tebe insieme alla sorella Ismene. Qui, però, la situazione politica era precipitata. I due fratelli di Antigone, Eteocle e Polinice, avevano litigato per il controllo della città. Secondo gli accordi, avrebbero dovuto governare Tebe un anno ciascuno, alternandosi sul trono. Ma Eteocle, una volta terminato il proprio anno di regno, si rifiutò di cedere il potere al fratello.

Polinice, allora, si recò nella città di Argo e raccolse un esercito per riconquistare Tebe. Ne nacque una guerra terribile, ricordata come la guerra dei Sette contro Tebe. I due fratelli finirono per affrontarsi direttamente sul campo di battaglia e si uccisero a vicenda. La lotta per il trono si concluse così con la morte di entrambi.

Dopo la loro morte, il potere passò nelle mani di Creonte, zio di Antigone e nuovo re di Tebe. Creonte voleva ristabilire l’ordine e mostrarsi inflessibile nei confronti di chiunque avesse minacciato la città. Per questo emanò un decreto solenne: Eteocle, considerato un difensore di Tebe, avrebbe ricevuto tutti gli onori funebri; Polinice, invece, ritenuto un traditore e un nemico, sarebbe stato lasciato insepolto.

Nella cultura greca, una simile condanna era terribile. Dare sepoltura ai morti non era soltanto un atto di rispetto familiare, ma un preciso dovere religioso. Si credeva che l’anima del defunto non potesse raggiungere il mondo dei morti senza ricevere i riti funebri. Lasciare il corpo di Polinice esposto alle intemperie e agli animali significava quindi infliggergli una punizione che andava oltre la morte.

Quando Antigone viene a conoscenza dell’editto, non ha dubbi su ciò che deve fare. Sa che il decreto del re proibisce, sotto pena di morte, di seppellire Polinice. Sa anche che disobbedire significa sfidare apertamente Creonte e mettere a rischio la propria vita. Eppure considera più importante il rispetto delle leggi divine, antiche ed eterne, rispetto a una legge umana appena promulgata.

Antigone chiede aiuto alla sorella Ismene. Le propone di uscire dalla città e compiere insieme il rito funebre per il fratello. Ismene, però, è terrorizzata. Ricorda la maledizione che pesa sulla loro famiglia e sa che nessuna delle due può opporsi al potere del re. Non vuole diventare una nuova vittima di quella tragedia senza fine. Per questo rifiuta di aiutare Antigone.

Le due sorelle rappresentano due atteggiamenti opposti. Antigone è determinata, coraggiosa e pronta a sacrificarsi per le proprie convinzioni. Ismene è prudente, timorosa e consapevole della fragilità degli individui davanti all’autorità. Antigone non la considera necessariamente codarda: semplicemente non accetta che la paura le impedisca di fare ciò che ritiene giusto.

Così, da sola, Antigone raggiunge il luogo in cui è stato abbandonato il corpo di Polinice. Con pochi gesti, cosparge il cadavere di terra e compie i riti funebri essenziali. Non è un gesto spettacolare: è semplice, ma possiede un enorme valore simbolico. Con quella manciata di polvere, Antigone afferma che il fratello, prima di essere un traditore agli occhi dello Stato, è un essere umano e un membro della sua famiglia.

Le guardie, incaricate da Creonte di sorvegliare il corpo, si accorgono che qualcuno ha violato il divieto. Il re reagisce con furia. Non riesce a immaginare che una persona abbia osato sfidare il suo ordine. Creonte sospetta che le guardie siano state corrotte, perché considera il denaro la causa di ogni disordine. Ordina loro di trovare il colpevole.

Poco dopo, Antigone torna sul luogo della sepoltura per completare il rito e viene sorpresa. Le guardie la conducono davanti al re. Creonte la interroga, cercando di capire se sia davvero lei la responsabile. Antigone non nega nulla. Al contrario, ammette apertamente di aver disobbedito.

Il dialogo tra Antigone e Creonte è il cuore della tragedia. Creonte difende il proprio decreto come strumento necessario per proteggere la città. Secondo lui, chi ha combattuto contro Tebe non può ricevere gli stessi onori di chi l’ha difesa. Per un sovrano, la lealtà politica deve essere premiata e il tradimento punito. Se il re rinunciasse alla propria autorità, sostiene Creonte, lo Stato cadrebbe nel caos.

Antigone, invece, sostiene che esistono leggi più antiche del potere umano. Nessun re, per quanto potente, può cancellare i doveri stabiliti dagli dèi. Le norme divine non sono state scritte ieri e non dipendono dall’umore di un governante. Per questo Antigone ritiene che il decreto di Creonte sia ingiusto e illegittimo, anche se formalmente è una legge.

Il contrasto tra i due non è soltanto personale. Antigone rappresenta la coscienza, la pietà familiare e il rispetto delle tradizioni religiose. Creonte rappresenta lo Stato, l’ordine pubblico e l’autorità politica. Entrambi credono di difendere un principio fondamentale. Tuttavia, Creonte trasforma la difesa dell’ordine in ostinazione, mentre Antigone accetta consapevolmente il prezzo della propria scelta.

Quando Ismene viene convocata, cerca di condividere la colpa con la sorella. Anche se prima non aveva partecipato al gesto, ora vuole essere punita insieme a lei. Antigone, però, rifiuta questa solidarietà tardiva. Sa che Ismene non ha agito e non vuole permetterle di appropriarsi di una decisione che non ha avuto il coraggio di compiere. Tra le due sorelle nasce così un altro momento doloroso: entrambe si amano, ma non riescono a vivere il loro amore nello stesso modo.

Creonte decide di condannare Antigone. Nonostante sia promessa sposa di suo figlio Emone, il re non vuole fare eccezioni. Per lui, un sovrano che risparmia chi ha violato la legge dimostra debolezza. Antigone viene condotta fuori dalla città e rinchiusa viva in una grotta sepolcrale. In questo modo Creonte intende evitare di ucciderla direttamente: la lascia morire lontano dagli occhi della città, come se la responsabilità della sua morte non fosse completamente sua.

Mentre viene condotta verso la prigione, Antigone esprime il proprio dolore. È coraggiosa, ma non è priva di paura. Sa che sta perdendo la vita, l’amore di Emone e la possibilità di costruire una famiglia. La sua scelta è nobile, ma anche terribilmente solitaria. Antigone non è una figura priva di emozioni: piange, si lamenta, si chiede perché debba morire così giovane. La grandezza del personaggio nasce proprio dal fatto che affronta la paura senza lasciarsene dominare.

A questo punto entra in scena Tiresia, il vecchio profeta cieco. Tiresia avverte Creonte che gli dèi sono sdegnati. Tebe è stata contaminata perché il cadavere di Polinice, lasciato insepolto per ordine di Creonte, è stato privato dei riti funebri dovuti. Il corpo abbandonato profana la città e offende gli dèi, mentre la condanna di Antigone, colpevole soltanto di aver obbedito alle leggi divine, aggrava ulteriormente la colpa del re. Tiresia ammonisce dunque Creonte: se non cambierà decisione e non renderà onore ai morti, attirerà su Tebe una terribile punizione.

Ascoltate le profezie dell’indovino Creonte decide infine di liberare Antigone, ma è troppo tardi ella si è impiccata. Questo suicidio porta al suicidio di Emone figlio di Creonte, e poi della moglie Euridice. Creonte resta solo a soffrire per i propri errori.

Gennaro D’Aria